| Manuela's profileI Classici del CinemaPhotosBlogLists | Help |
|
|
May 09 PIANO… PIANO DOLCE CARLOTTA di Robert AldrichHUSH... HUSH SWEET CHARLOTTE
di Robert Aldrich
USA 1964
Cast: Bette Davis, Olivia de Havilland, Joseph Cotten
Robert Aldrich dirige con maestria questa pellicola che fa il paio con il precedente “Che fine ha fatto baby Jane”, del quale mantiene interprete femminile (Davis), sceneggiatore e autore del libro da cui è tratta la vicenda. Bette Davis affronta ancora una volta il ruolo della pazza isolata dal mondo, ed anche in questo caso si rivelerà molto meno disturbata dei suoi carnefici.
Il film non è un seguito di Baby Jane, dal quale comunque attinge nella rappresentazione della coppia di protagoniste femminili (anche la Crawford avrebbe dovuto partecipare nuovamente ma non accettò) ma la storia è diversa e le affinità sono più che altro estetiche. Le atmosfere gotiche e macabre del primo film rimangono immutate e qui la regia è forse ancora più curata ed affascinante. I contrasti dei bianchi e dei neri, i giochi di luce, le riprese dall’alto o dal basso, gli zoom, non sono mai fini a se stessi ma funzionali al racconto e guidano l’attenzione dello spettatore che viene indirizzato a notare particolari ed azioni che permettono di capire al meglio una trama a tratti ingarbugliata. La Davis offre nuovamente una prova di grande spessore, così come la de Havilland, degna sostituta della Crawford e forse ancora più misteriosa e apparentemente innocua quanto spietata nell’evolversi della narrazione. Il gusto per il barocco e il kitsch è ancora più accentuato rispetto alla precedente pellicola di Aldrich ma le scene macabre, sebbene più esplicite, colpiscono meno e la tensione che creano è sicuramente minore. Se Baby Jane lasciava con il fiato sospeso in molte occasioni, Piano.. piano dolce Carlotta non mantiene lo stesso livello di tensione e mistero, il senso di pericolo incombente del precedente film si ritrova solo a tratti. L’inizio della pellicola è splendido, specialmente la sequenza dell’omicidio, a partire dal momento in cui l’arma del delitto viene sottratta durante la festa fino all’inquietante e memorabile scena della Davis (della quale vediamo solo gli splendidi occhi in un sapiente gioco di luci e di ombre) con il vestito bianco imbrattato di sangue. Bellissima inoltre la canzone che da il titolo al film e che viene riproposta da un ormai invecchiato ma molto ambiguo Joseph Cotten. Manuela Gobbo
Il dvd fa parte della collana della Fox "Studio Classic" ed ha una confezione esteticamente accattivante con copertina di cartone esterna dorata. Il versante video è eccellente e il film si gode appieno nel suo splendido bianco e nero. L'audio inglese stereo (2.0) è altrettanto buono senza fruscii di fondo e i dialoghi sono chiari e nitidi. La traccia italiana non l'ho ascoltata preferendo la visione in lingua originale con sottotitoli italiani. Prezzo € 13,50 su www.dvdworld.it April 01 DIVORZIO ALL’ITALIANA di Pietro Germidi Pietro Germi
Italia 1963
cast: Marcello Mastroianni, Daniela Rocca, Stefania Sandrelli
Fin dalle prime scene del film si può notare come Pietro Germi abbia diretto la sua pellicola con grande modernità e freschezza. Siamo introdotti nella vita della famiglia Cefalu’ tramite le stesse parole del protagonista, il barone Fefè, che fa un prologo sullo stile di vita del piccolo paesino dove vive, in cui usanze e abitudini sembrano essersi fermate nel tempo. Nonostante piccoli cenni di modernità arrivino anche in un luogo dimenticato come quello (il candidato del P.C.I. che cerca di introdurre nuove idee o l’uscita de La Dolce Vita) niente sembra smuovere gli abitanti dal torpore di anni e anni di azioni ripetute e sempre uguali. Ed è proprio grazie ad una legge desueta ed incivile che Fefè riesce nel suo intento: sbarazzarsi della moglie e sposare la cugina della quale è innamorato, senza perdere l’onore e anzi, guadagnando il consenso dell’intera comunità. La legge 547 prevedeva infatti che chi fosse responsabile di un delitto d’onore (scovando il congiunto mentre commette il fatto) potesse essere punito con una pena simbolica e di breve durata. Germi mette in scena uno spaccato lucido e quantomai critico della Sicilia e dell’Italia dell’epoca non risparmiando frecciate a nessuno, chiesa compresa (“18.000 abitanti e 24 chiese” recita Mastroianni nel prologo; e poi il prete che “invita” gli elettori a votare “liberamente” per un partito che sia “democratico e cristiano” e chiede inutilmente ai fedeli di non recarsi al cinema a vedere La Dolce Vita) ma attraverso una narrazione grottesca e ironica che rende il soggetto, quantomai serio e se vogliamo di denuncia, divertente e “leggero”. Questo grazie alle belle e originali sequenze oniriche in cui Fefè immagina come commettere il delitto (quella in cui annega Rosalia nella pentola in cui fanno il sapone è spassosissima), o quando pregusta già l’arringa del suo avvocato difensore ma anche grazie ad un Mastroianni davvero eccezionale: la sua recitazione, come di consueto, sembra quasi voler prendere le distanze dal personaggio ma lo rende unico grazie alle sue invenzioni: il tic di Fefè (si ispirò allo stesso regista) e lo sguardo straniato fanno del Barone un protagonista indimenticabile. Tutti gli attori comunque sono in gran forma: Daniela Rocca è bravissima nel ritrarre la brutta e ignorante moglie e la Sandrelli è splendida e provocante. Germi dimostra dunque un ottimo talento per la commedia e riesce a far ridere offrendo anche un motivo di riflessione nel mostrarci uno spaccato del nostro paese con i suoi limiti e i suoi difetti, le sue ipocrisie e le sue ingiustizie.
Manuela Gobbo March 17 MY FAIR LADY di George CukorMY FAIR LADY
di George Cukor
Usa 1964
Cast: Audrey Hepburn, Rex Harrison
E’ una vera gioia per gli occhi My Fair Lady, l’unico film per cui il grande George Cukor ha ricevuto la statuetta per la miglior regia. A dir la verità il film è piuttosto spiazzante e si rimane un po’ straniati dall’impostazione così palesemente teatrale della pellicola che dlle prime battute non si capisce bene se vuole essere un musical classico, una farsa, una storia d’amore o una lezione di fonetica. Premettiamo subito che la visione in italiano ha poco senso, non solo perché si tratta di un musical, ma soprattutto perché la base su cui poggia il film è l’iniziazione della rozza e cockney Eliza all’elegante mondo dell’aristocrazia inglese attraverso l’insegnamento della dizione corretta della lingua di Shakespeare. La prima ora di film l’ho trovata piuttosto noiosa, come se il film facesse fatica a decollare e la splendida Hepburn riesce ad incarnare un essere assolutamente fastidioso con la stessa facilità con cui riesce a sembrare una creatura eterea e divina. L’insistenza con la quale pronuncia le fastidiosissime “aaaaaiiii” mettono alla prova i nervi e ci vuole un po’ per mettersi nell’ottica giusta per apprezzare il film. Non appena Eliza riesce nel suo intento e comincia ad imparare ad essere una donna di classe, il film pare decollare e ad un tratto diverte e ammalia, rapisce e ascia un senso di gioia. La splendida sequenza alle corse sembra un quadro meraviglioso: un bianco e nero nel bel mezzo di un film dai colori sgargianti, gli elegantissimi abiti e cappellini delle signore lasciano senza fiato mentre il tempo si ferma in compagnia del solo rumore degli zoccoli dei cavalli. Le musiche naturalmente sono trascinanti, anche se la scelta di doppiare alcuni attori (come la Hepburn ad esempio) a mio avviso non è felice in quanto ne accentua la differenza con il resto del cast perdendo in naturalezza. Non che il sincrono non sia perfetto (il lavoro fatto è certosino) ma certe evoluzioni vocali sembrano un po’ fuori luogo. Personalmente non amo tantissimo i film molto cantati come questo, preferisco qualche numero musicale intervallato da più dialogo ma My Fair Lady è godibile fino alla fine. Un po’ eccessiva la lunghezza, il film avrebbe giovato di un bel po’ di minuti in meno magari accorciando numeri musicali si bellissimi ma tirati troppo per le lunghe (basti pensare allo stupendo numero del padre di Eliza, in assoluto il personaggio migliore, che si prepara a sposarsi cantando “I’m getting married in the morning”: la sua bellezza non ne avrebbe risentito se fosse stato più corto). In definitiva il film di Cukor è assolutamente da vedere, godere e personalmente forse non sarà fra quelli che riguarderò facilmente vista la lunghezza, ma è sicuramente un pezzo di storia del musical americano.
Manuela Gobbo February 18 LO SPORT PREFERITO DALL’UOMO di Howard HawksMAN'S FAVORITE SPORT?
di Howard Hawks
USA 1964
Cast: Rock Hudson, Paula Prentiss Potremmo tranquillamente rinominare questa pellicola di Hawks “Susanna 26 anni dopo”, visto che il regista non solo ripropone i suoi tipici temi (ma che sono anche quelli di tutte le altre sue commedie) ma si diverte ad autocitarsi e a renderci un’eroina similissima a quella della Hepburn del ’38. Abbiamo così un uomo la cui esistenza tranquilla è completamente stravolta da una donna, che gli porta solo guai ma che alla fine lo farà innamorare. E così l’uomo tipicamente Hawksiano è inseguito dalla donna, profondamente umiliato e privato della sua rispettabilità e incastrato in un vortice di situazioni dalle quali gli è impossibile uscire e anzi, più tenta di liberarsene e più ne rimane profondamente invischiato. Come tutti gli altri eroi tipici del regista, il protagonista maschile non tenta affatto di essere divertente, ma è proprio il suo tentativo di mantenere sempre un’apparenza di contegno e rispettabilità che scatena le situazioni più divertenti. Qui il personaggio di Hudson non solo deve vedersela con due donne che lo perseguitano e lo cacciano nelle situazioni più imbarazzanti, ma contro di lui si rivoltano anche gli oggetti: tende, secchi, canne da pesca, chiusure lampo, orsi… tutto è contro di lui, tranne la sfacciata fortuna con la pesca. A differenza di Susanna, qui Hawks, trascorsi degli anni e cambiati usi e costumi, può permettersi di essere molto più malizioso e approfondire meglio la tensione sessuale fra i due protagonisti ingaggiando situazioni molto divertenti. Si diverte ad autocitarsi in più occasioni, e in special modo nella scena in cui Rock Hudson e la ragazza prendono un aperitivo in giardino: lei gli ripete le testuali parole che Susan diceva a David “l’impulso amoroso si rivela sotto forma di conflitto” e andandosene il suo vestito si impiglia alla sedia e si strappa lasciandole scoperto il fondoschiena, come accadeva a Susan, e Roger deve aiutarla coprendola con il suo corpo. Non mancano nemmeno la mitica uscita dal bar camminando appaiati (“partiamo col piede destro”) né il famoso tormentone di David Huxley (“sarò da lei fra un minuto…”). Hawks si riconferma, se mai ce ne fosse bisogno, un maestro di ritmo e tempi comici e ottimo direttore di attori (Rock Hudson non esattamente un talentuoso, qui è bravissimo). Non ai livelli dei suoi lavori migliori (ma di poco) Lo Sport Preferito dall’Uomo è una commedia briosa che non fa rimpiangere i tempi d’oro di Hollywood. |
|
|